di sogni che si avverano, luci del Nord e neve.

A Febbraio si è avverato uno dei sogni più grandi che avevo fin da bambina.
Potrei finire qui questo post, perché tutto quello che aggiungerei sarebbe superfluo, ma è stato talmente bello e indimenticabile che credo sia necessario scriverci su qualche riga.

Il 20 Febbraio partiamo da Ginevra con un volo che ci avrebbe condotti a Tromsø, una delle città più a nord della Norvegia. Scalo ad Helsinki per qualche ora: abbiamo mangiato salmone e aspettato il volo per la nostra destinazione finale.

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Arrivati a Tromsø, siamo riusciti a prendere l’ultimissimo autobus per il centro della città che ci ha lasciato sotto la neve, in una strada che non conoscevamo, con indicazioni in una lingua assurda. La mappa si è bagnata subito, noi anche, ma eravamo troppo eccitati per dar peso alla cosa. Carichi di zaini e borse, ci dirigiamo verso il nostro ostello, che con grande sorpresa il mio inutile senso dell’orientamento ha riconosciuto. Stanchissimi e pieni di aspettative per i giorni a venire, siamo crollati addormentati.

La mattina dopo siamo stati capaci di apprezzare la nostra stanza e tutto l’ostello: un insieme di camere essenziali e di corridoi bianchi, tappezzati di scritte rassicuranti e dolcissime. La ragazza della reception è stata sempre molto cortese e ha risposto alle nostre mille domande, ma, senza sorpresa, ho notato che ci ha sorriso un’unica volta. Come tutte le persone che abbiamo incontrato nella città. C’è un’atmosfera di ordine, pulizia e gentilezza in questi posti, che a volte rasentano la freddezza tipica di quel clima.

Durante la giornata abbiamo esplorato la città, i locali, le case, i musei, il porto, il ponte che collega le due parti di Tromsø e che passa sul fiordo. Neve, freddo e bellezza ci circondavano. Abbiamo fatto colazione in un posticino davanti ad un pub che prima era un cinema, ho mangiato un dolce tipico che sapeva vagamente di sapone (sì, davvero) e che chiamano “bolle” (che vuol dire “ciambella”), abbiamo bevuto un cappuccino orribile con una marea di cannella sopra, mentre leggevamo la lista di cose da vedere che ci eravamo preparati a casa e cercavamo di orientarci sulla mappa. Abbiamo passeggiato per strade coperte di ghiaccio, rischiando di cadere un’infinità di volte. Quello che vedevamo intorno a noi era tutto nuovo: case di legno colorate con i tetti spioventi, chiese triangolari, biblioteche che sembrano uscite da qualche film futurista, case e statue dedicate a Roald Amudsen, lo studio fotografico più piccolo che abbia mai visto…
C’era una calma sovrannaturale in giro e quando siamo saliti sul ponte per andare dall’altra parte del fiordo, siamo rimasti incantati dalla bellezza glaciale del panorama. Il fiordo era qualcosa che non mi aspettavo: cioè, sapevo che era lì ovviamente, ma la sua bellezza e maestosità mi hanno lasciato senza parole. Le mie mani erano quasi viola e paralizzate dal freddo e dalla neve che le bagnava, ma non ho potuto fare a meno di fotografare qualcosa di così meraviglioso.
Dall’altra parte del fiordo ci aspettava la Cattedrale Artica, una chiesa cattolica imponente e modernissima, totalmente bianca e dalla forma triangolare. Altissima, si vedeva già dall’altre parte del fiordo. Sfortunatamente era chiusa (gli orari di quei posti sono abbastanza assurdi) e ci siamo “accontentati” di ammirarla da fuori.

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Il giorno seguente era il “grande giorno”: la mattina abbiamo fatto un altro piccolo giro per la città e ci siamo imbucati ad un battesimo luterano (!!!) nella Domkirken, la chiesa luterana fatta tutta in legno. Abbiamo visitato il Polar Museet, un museo sulle prime esplorazioni della Norvegia, delle isole Svalbard e sulla caccia a renne, foche, volpi artiche e orsi polari. Vedere tanti animali imbalsamati e pelli appese mi ha un po’ destabilizzato, ma comunque è stato molto interessante per capire la cultura e la storia di questo posto.

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Dopo pranzo, siamo saliti sul pullman della Lyngsfjord Adventure che ci avrebbe portati al campo Tamok: ci aspettavano un’escursione notturna nella neve, una notte nello chalet e una gita sulla slitta coi cani, il giorno dopo. Arrivati, ci hanno dato gli indumenti adatti per sopportare il freddo del posto e siamo partiti, speranzosi di poter ammirare l’aurora boreale. Il tempo non era dei migliori e il cielo era tutto coperto: nevicava e pioveva e noi eravamo sempre più rassegnati all’idea di non riuscire a vedere nulla. Dopo più di un’ora di camminata, con la guida che ci rassicurava dicendo che saremmo riusciti a vederla, siamo entrati nella capanna riscaldata dove ci attendeva la cena e del tè caldo e dove avremmo riposato un po’, prima di uscire di nuovo. Nonostante il lieve malumore abbiamo apprezzato  moltissimo la cordialità e la gentilezza delle persone e il calore della bevanda calda e della zuppa di pesce che ci ha riscaldato lo stomaco, dopo tanto freddo.

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Mentre ci dicevamo a vicenda che “ok, anche se non la vediamo, è comunque un viaggio bellissimo e siamo in un posto fantastico, no?”, la guida ci chiama fuori perché “I’m observing a light on the horizon!”. Usciamo correndo, con macchine fotografiche e cavalletti e ci posizioniamo speranzosi di vedere qualcosa di magnifico.
Quello che abbiamo visto all’inizio ci ha un po’ delusi: era come guardare una nuvola illuminata dalla luna su un cielo scuro, un lieve bagliore bianco sulle montagne. Solo in foto, con una lunga esposizione di 13 secondi, si vedeva un po’ di verde. C’erano ancora nuvole nel cielo, quindi la visuale era un po’ limitata. Ma comunque sia eravamo eccitatissimi! Fortunatamente avevamo prenotato la notte lì, perché, mentre tutti se ne andavano, l’aurora è cresciuta di intensità e il cielo si è aperto quasi totalmente. Siamo stati fino alle 23:30 a scattare, meravigliati da tanta bellezza, con le lacrime agli occhi per il sogno avverato.

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Sfiniti dal freddo ci siamo chiusi nello chalet, lasciando la macchina fotografica fuori a provare degli scatti lunghi circa 10 minuti per vedere il movimento delle stelle, dato che l’aurora si era momentaneamente “spenta”. Dopo qualche scatto, in remoto, sul telefono, abbiamo visto una foto totalmente verde e la prima cosa che ho pensato è stata “ecco, mi sono fottuta il sensore” (scusate il termine, ma ci stava benissimo), così M. è uscito a controllare. Dopo qualche secondo ha cominciato ad urlare dicendomi di uscire immediatamente, svegliano una coppia di polacchi che dormiva nello chalet accanto. Quello che ci siamo ritrovati davanti è stato qualcosa che non avrei mai immaginato.

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Non mi aspettavo di trovarmi davanti un cielo completamente illuminato, delle luci che danzavano e si muovevano velocemente. Non mi aspettavo di trovarmi dentro alla sogno che da bambina avevo posto accuratamente nel cassetto, senza sapere quando e se lo avrei realizzato. Vedere quei “serpenti” luminosi nel cielo che si muovevano, quelle bande che sembravano fatte di tasti di un pianoforte toccati da qualcuno, beh in quel momento ho pensato a tutte le storie nordiche che parlano di “spiriti del cielo”, del popolo nordico che per prima ha osservato questo fenomeno e che l’ha subito ricollegato alla magia e agli dei. E, in quel momento, mi sono resa conto che non c’è niente di strano in tutto questo, che stando lì sotto anche io mi sono sentita rapita da questo senso di magia e quasi di paura davanti a quella maestosità assurda. Mi sono sentita piccolissima e indifesa di fronte a quella forza della natura silenziosa ma immensa. Ho cominciato a ridere come una scema e a piangere nello stesso momento. Ho pianto di gioia e non riuscivo a fermarmi. Erano le prime ora del 23 Febbraio ed è stato il compleanno più bello che abbia mai passato.

Il giorno dopo ci siamo svegliati in un posto che la notte prima avevamo solo intuito: neve e ghiaccio ci circondavano a perdita d’occhio. Abbiamo fatto una passeggiata a -15C, abbiamo fatto colazione nella stessa capanna e poi siamo andati dai cani che ci aspettavano con le slitte. La slitta è stat un’esperienza eccitante e paurosa allo stesso tempo: i cani erano addestrati per correre, correre e correre. Appena sentivano la corda non del tutto tesa, tiravano. Ma dopo un po’ ho vinto la mia paura e sono riuscita a guidare anche io la slitta.

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Per qualche secondo ho pensato seriamente di abbandonare tutto e vivere lì, mettermi a lavorare insieme a quel gruppo di ragazzi che portavano avanti le capanne, i cani, le renne, le attività per i turisti. Avrei voluto rimanere lì, in mezzo al freddo e alla neve, vivere quel ritmo calmo e tranquillo, tanto diverso dal nostro abituale.

Inutile dire quanto abbia significato per me questo viaggio. Spero di aver reso almeno un po’ tutta la bellezza che ho avuto la fortuna di ammirare.

Enjoy (:

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