di biciclette, patatine fritte e tulipani.

Dal titolo sembra che io sia andata in gita al McDonald, ma in bicicletta.

No, Amsterdam e Bruxelles sono state le nostre tappe a Maggio, so long ago. Ci siamo presi un po’ di giorni per un week end lungo e siamo andati lì per salutare due o tre amici che non vedevamo da un po’…erano tutti via. Siamo riusciti a stare solo uno o due giorni con Alis, la ragazza cubana di un nostro amico, che nel frattempo era in Texas. Ah, che bello lavorare al CERN…no!

Bando alle ciance, Amsterdam è una città bellissima e davvero caratteristica. Con delle bici, rigorosamente tradizionali (quindi in cui si frenava con i pedali e non con il manubrio), abbiamo girato praticamente ogni angolo della città, tra ponti, canali, biciclette, negozi di formaggi strani e negozietti coccolosi.

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Il secondo giorno, nel freddo più totale che ci ha lasciato senza fiato, considerando che avevamo portato indumenti neanche lontanamente adatti a quelle temperature, abbiamo ripreso la bici e ricominciato il giro della città. Mercato dei fiori, canali, olandesi in bicicletta impazziti e una fiera di street food davvero stravagante.

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Il terzo giorno è stato il giorno dei musei: Van Gogh e Rijksmuseum. File mostruose, al freddo, ma esposizioni meravigliose. Van Gogh è qualcosa di unico e io lo amo alla follia. Ci tenevo tantissimo ad andarci!!

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Il quarto giorno è stato l’ultimo ad Amsterdam e l’abbiamo dedicato alla visita della casa Van Loon, una casa tradizionale che risale al 1672, comprato nell’800 da un discendente di uno dei fondatori della Compagnia delle Indie Orientali. Famiglia stra-ricchissima, ma da stimare, dato che hanno mantenuto la casa in condizioni meravigliose e l’hanno aperta al pubblico dal 1974. Poi, ultimo cono di patatine ricoperte di formaggio, e via verso Bruxelles!

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Bruxelles ci ha accolto con un gay pride immenso, puzzolente di alcool and pieno di gente davvero fuori di testa. Fortunatamente il giorno dopo era tutto finito e le strade erano straordinariamente pulite. Dopo essere stati ad Amsterdam, questa città non mi ha colpito moltissimo, ma devo dire che è molto bella e non sono stata giusta nei suoi confronti, all’inizio. Piena di cioccolaterie e waffel, di edifici alti e vie caratteristiche, è un frullato stranissimo di tradizione e innovamento, dato che è la capitale dell’UE e sede del Parlamento Europeo.

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Città bellissime quanto diverse dalle mie tradizioni e dal mio modo di vivere.

Ogni volta che torno a casa, porto con me sempre qualcosa in più.

di jamon iberico, churros, musei e città vive.

Cosa fai a Pasqua, invece che tornare in patria per passarla coi tuoi?
Te ne vai a Madrid per quattro giorni con ragazzo e un paio di amici!

Se dicessi che è una città sorprendente, sarebbe poco. Madrid è stata esattamente come non me l’aspettavo. Colpa mia che l’ho sempre sottovalutata, pensando che fosse semplicemente una grande città metropolitana con poco da vedere.

Madrid è piena di sorprese e di angoli stupendi, di musei, edifici enormi con un’architettura che personalmente mi fa brillare gli occhi, parchi vasti e confortevoli, locali con cibo buonissimo aperti fino a tardissimo. Ma soprattutto: è viva! C’è gente per strada, seduta sugli scalini, per terra, che beve, mangia, cammina, fa foto…è una città in movimento, raramente silenziosa, luminosa e calda.
Vivendo in Francia, nella periferia a sud, al confine con la Svizzera, sono abituata ormai a vedere locali chiusi dopo le 9 di sera, musei chiusi alle 5 di pomeriggio, città tranquillissime ma anche molto tristi alle volte. Non sono più abituata a vivere in una città “normale”, fatemi passare il termine. Qui tutto è serio, tutto è severo, restrittivo e monotono. Forse sono anche io che la vedo da un certo punto di vista, ossia quello del “voglio tornare a Bologna o in qualsiasi altra città che abbia degli orari umani”.

Insomma, Madrid mi ha stupito e colpito immediatamente. Mi ha riportato improvvisamente a Roma, agli anni universitari passati nella grande capitale, quella rumorosa, viva, sempre aperta e in movimento. Quella a volte troppo calda, a volte puzzolente e insopportabile. Quella che ti ritroverai sempre a pensarla con una certa nostalgia e con un filo di invidia per tutti quelli che ancora sono lì. Nonostante i difetti delle grandi città, nonostante i pregi delle cittadine più piccole, io ho amato Roma e questo posto così monotono mi sta stretto.

Madrid è stata una boccata di vita, un ritorno alle origini.
Infatti non mi sono resa conto di aver fatto un numero spropositato di foto…però ne valeva la pena!

Il nostro ostello era un piano di un palazzo, gestito da una famiglia cordiale e simpatica. Il palazzo aveva un’entrata in comune con gli altri condomini con fontanella e piante, una meraviglia!

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Madrid è la capitale delle tapas, dei churros e del cosiddetto “jamon iberico” (che è sostanzialmente prosciutto, molto saporito).

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Dopo aver girovagato, il primo giorno, un po’ per il centro tra Plaza Major, che è la piazza maggiore, e la Gran Via, che è davvero una via grande (gli spagnoli sono originali coi nomi), ci siamo diretti al Parque del Retiro.
Fontane, lago in cui si può andare in barca e un’esposizione a sorpresa in un edificio che sembrava più un capanno abbandonato degli attrezzi del giardiniere.

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Nel parco c’è anche il Palacio de Cristal, una costruzione quasi totalmente in vetro, che fa un po’ effetto serra all’interno, ma che ha un fascino particolare.

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Dopo aver visitato il Museo Nacional del Prado (meraviglioso) e aver fatto un’altra passeggiata in giro per il centro, abbiamo cenato per strada, mangiando prosciutto come se non l’avessimo mai provato…ed era buonissimo!

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Il giorno seguente c’era El Rastro: un mercato domenicale enorme, mastodontico, gigantesco! Ho speso praticamente tutti i miei soldi lì, ma vabè…poi siamo andati a mangiare in un posticino lì vicino (praticamente un po’ più a sud di Plaza Major) dove abbiamo provato alcuni piatti tipici madrileni, tipo le orecchie di porco. Sì, sono disgustose, ma a me non piace la carne di maiale né il grasso, quindi non c’era speranza che mi potessero piacere.

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Curiosità: il simbolo di Madrid è un orso che tenta di mangiare da un albero di fragole. Prima cosa: perché? Seconda cosa: esistono alberi di fragole?? Siamo ancora qui, dopo più di un mese, con questi dilemmi senza risposta.

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Il terzo giorno, Gesù è risorto…scherzo. Siamo andati al museo Thyssen (sì, la famiglia della ThyssenKrup aveva una raccolta immensa di opere d’arte) e al museo Reina Sofia.

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Lo so che è un mio limite, ma l’arte contemporanea ha qualcosa di oscuro e incomprensibile per me…

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Quarto e ultimo giorno: stremati e stanchissimi, ci dirigiamo al mercato di San Miguel, dove troviamo una specie di Mercato di Mezzo bolognese, quindi una serie di banconi coperti, un po’ fighetti, dove abbiamo trovato diversi cibi tipici e non. Diciamo che è un classico posto dove incontreresti il tuo amico chic che fa aperitivo tutto profumato, manco fosse il matrimonio di suo fratello. I prezzi non sono ragionevoli (davvero strano per gli standard di Madrid), ma dato che eravamo lì, abbiamo provato due crostini, uno con del baccalà e miele e l’altro con polpo lesso e paprika. Buonissimi, punto.

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Ultima meta del nostro viaggio: Palazzo Reale. Uno degli edifici più belli che abbia mai visto, sia dentro che fuori. Peccato che non si potessero fare foto agli interni delle sale, perché erano splendidi.

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La carrellata di foto è finalmente finita, il resoconto un po’ scarno, ma mi affido al miliardo di foto con cui sto intasando il mio blog (:

Prossima tappa: Amsterdam e Bruxelles!

¡Hasta luego!

di sogni che si avverano, luci del Nord e neve.

A Febbraio si è avverato uno dei sogni più grandi che avevo fin da bambina.
Potrei finire qui questo post, perché tutto quello che aggiungerei sarebbe superfluo, ma è stato talmente bello e indimenticabile che credo sia necessario scriverci su qualche riga.

Il 20 Febbraio partiamo da Ginevra con un volo che ci avrebbe condotti a Tromsø, una delle città più a nord della Norvegia. Scalo ad Helsinki per qualche ora: abbiamo mangiato salmone e aspettato il volo per la nostra destinazione finale.

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Arrivati a Tromsø, siamo riusciti a prendere l’ultimissimo autobus per il centro della città che ci ha lasciato sotto la neve, in una strada che non conoscevamo, con indicazioni in una lingua assurda. La mappa si è bagnata subito, noi anche, ma eravamo troppo eccitati per dar peso alla cosa. Carichi di zaini e borse, ci dirigiamo verso il nostro ostello, che con grande sorpresa il mio inutile senso dell’orientamento ha riconosciuto. Stanchissimi e pieni di aspettative per i giorni a venire, siamo crollati addormentati.

La mattina dopo siamo stati capaci di apprezzare la nostra stanza e tutto l’ostello: un insieme di camere essenziali e di corridoi bianchi, tappezzati di scritte rassicuranti e dolcissime. La ragazza della reception è stata sempre molto cortese e ha risposto alle nostre mille domande, ma, senza sorpresa, ho notato che ci ha sorriso un’unica volta. Come tutte le persone che abbiamo incontrato nella città. C’è un’atmosfera di ordine, pulizia e gentilezza in questi posti, che a volte rasentano la freddezza tipica di quel clima.

Durante la giornata abbiamo esplorato la città, i locali, le case, i musei, il porto, il ponte che collega le due parti di Tromsø e che passa sul fiordo. Neve, freddo e bellezza ci circondavano. Abbiamo fatto colazione in un posticino davanti ad un pub che prima era un cinema, ho mangiato un dolce tipico che sapeva vagamente di sapone (sì, davvero) e che chiamano “bolle” (che vuol dire “ciambella”), abbiamo bevuto un cappuccino orribile con una marea di cannella sopra, mentre leggevamo la lista di cose da vedere che ci eravamo preparati a casa e cercavamo di orientarci sulla mappa. Abbiamo passeggiato per strade coperte di ghiaccio, rischiando di cadere un’infinità di volte. Quello che vedevamo intorno a noi era tutto nuovo: case di legno colorate con i tetti spioventi, chiese triangolari, biblioteche che sembrano uscite da qualche film futurista, case e statue dedicate a Roald Amudsen, lo studio fotografico più piccolo che abbia mai visto…
C’era una calma sovrannaturale in giro e quando siamo saliti sul ponte per andare dall’altra parte del fiordo, siamo rimasti incantati dalla bellezza glaciale del panorama. Il fiordo era qualcosa che non mi aspettavo: cioè, sapevo che era lì ovviamente, ma la sua bellezza e maestosità mi hanno lasciato senza parole. Le mie mani erano quasi viola e paralizzate dal freddo e dalla neve che le bagnava, ma non ho potuto fare a meno di fotografare qualcosa di così meraviglioso.
Dall’altra parte del fiordo ci aspettava la Cattedrale Artica, una chiesa cattolica imponente e modernissima, totalmente bianca e dalla forma triangolare. Altissima, si vedeva già dall’altre parte del fiordo. Sfortunatamente era chiusa (gli orari di quei posti sono abbastanza assurdi) e ci siamo “accontentati” di ammirarla da fuori.

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Il giorno seguente era il “grande giorno”: la mattina abbiamo fatto un altro piccolo giro per la città e ci siamo imbucati ad un battesimo luterano (!!!) nella Domkirken, la chiesa luterana fatta tutta in legno. Abbiamo visitato il Polar Museet, un museo sulle prime esplorazioni della Norvegia, delle isole Svalbard e sulla caccia a renne, foche, volpi artiche e orsi polari. Vedere tanti animali imbalsamati e pelli appese mi ha un po’ destabilizzato, ma comunque è stato molto interessante per capire la cultura e la storia di questo posto.

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Dopo pranzo, siamo saliti sul pullman della Lyngsfjord Adventure che ci avrebbe portati al campo Tamok: ci aspettavano un’escursione notturna nella neve, una notte nello chalet e una gita sulla slitta coi cani, il giorno dopo. Arrivati, ci hanno dato gli indumenti adatti per sopportare il freddo del posto e siamo partiti, speranzosi di poter ammirare l’aurora boreale. Il tempo non era dei migliori e il cielo era tutto coperto: nevicava e pioveva e noi eravamo sempre più rassegnati all’idea di non riuscire a vedere nulla. Dopo più di un’ora di camminata, con la guida che ci rassicurava dicendo che saremmo riusciti a vederla, siamo entrati nella capanna riscaldata dove ci attendeva la cena e del tè caldo e dove avremmo riposato un po’, prima di uscire di nuovo. Nonostante il lieve malumore abbiamo apprezzato  moltissimo la cordialità e la gentilezza delle persone e il calore della bevanda calda e della zuppa di pesce che ci ha riscaldato lo stomaco, dopo tanto freddo.

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Mentre ci dicevamo a vicenda che “ok, anche se non la vediamo, è comunque un viaggio bellissimo e siamo in un posto fantastico, no?”, la guida ci chiama fuori perché “I’m observing a light on the horizon!”. Usciamo correndo, con macchine fotografiche e cavalletti e ci posizioniamo speranzosi di vedere qualcosa di magnifico.
Quello che abbiamo visto all’inizio ci ha un po’ delusi: era come guardare una nuvola illuminata dalla luna su un cielo scuro, un lieve bagliore bianco sulle montagne. Solo in foto, con una lunga esposizione di 13 secondi, si vedeva un po’ di verde. C’erano ancora nuvole nel cielo, quindi la visuale era un po’ limitata. Ma comunque sia eravamo eccitatissimi! Fortunatamente avevamo prenotato la notte lì, perché, mentre tutti se ne andavano, l’aurora è cresciuta di intensità e il cielo si è aperto quasi totalmente. Siamo stati fino alle 23:30 a scattare, meravigliati da tanta bellezza, con le lacrime agli occhi per il sogno avverato.

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Sfiniti dal freddo ci siamo chiusi nello chalet, lasciando la macchina fotografica fuori a provare degli scatti lunghi circa 10 minuti per vedere il movimento delle stelle, dato che l’aurora si era momentaneamente “spenta”. Dopo qualche scatto, in remoto, sul telefono, abbiamo visto una foto totalmente verde e la prima cosa che ho pensato è stata “ecco, mi sono fottuta il sensore” (scusate il termine, ma ci stava benissimo), così M. è uscito a controllare. Dopo qualche secondo ha cominciato ad urlare dicendomi di uscire immediatamente, svegliano una coppia di polacchi che dormiva nello chalet accanto. Quello che ci siamo ritrovati davanti è stato qualcosa che non avrei mai immaginato.

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Non mi aspettavo di trovarmi davanti un cielo completamente illuminato, delle luci che danzavano e si muovevano velocemente. Non mi aspettavo di trovarmi dentro alla sogno che da bambina avevo posto accuratamente nel cassetto, senza sapere quando e se lo avrei realizzato. Vedere quei “serpenti” luminosi nel cielo che si muovevano, quelle bande che sembravano fatte di tasti di un pianoforte toccati da qualcuno, beh in quel momento ho pensato a tutte le storie nordiche che parlano di “spiriti del cielo”, del popolo nordico che per prima ha osservato questo fenomeno e che l’ha subito ricollegato alla magia e agli dei. E, in quel momento, mi sono resa conto che non c’è niente di strano in tutto questo, che stando lì sotto anche io mi sono sentita rapita da questo senso di magia e quasi di paura davanti a quella maestosità assurda. Mi sono sentita piccolissima e indifesa di fronte a quella forza della natura silenziosa ma immensa. Ho cominciato a ridere come una scema e a piangere nello stesso momento. Ho pianto di gioia e non riuscivo a fermarmi. Erano le prime ora del 23 Febbraio ed è stato il compleanno più bello che abbia mai passato.

Il giorno dopo ci siamo svegliati in un posto che la notte prima avevamo solo intuito: neve e ghiaccio ci circondavano a perdita d’occhio. Abbiamo fatto una passeggiata a -15C, abbiamo fatto colazione nella stessa capanna e poi siamo andati dai cani che ci aspettavano con le slitte. La slitta è stat un’esperienza eccitante e paurosa allo stesso tempo: i cani erano addestrati per correre, correre e correre. Appena sentivano la corda non del tutto tesa, tiravano. Ma dopo un po’ ho vinto la mia paura e sono riuscita a guidare anche io la slitta.

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Per qualche secondo ho pensato seriamente di abbandonare tutto e vivere lì, mettermi a lavorare insieme a quel gruppo di ragazzi che portavano avanti le capanne, i cani, le renne, le attività per i turisti. Avrei voluto rimanere lì, in mezzo al freddo e alla neve, vivere quel ritmo calmo e tranquillo, tanto diverso dal nostro abituale.

Inutile dire quanto abbia significato per me questo viaggio. Spero di aver reso almeno un po’ tutta la bellezza che ho avuto la fortuna di ammirare.

Enjoy (:

di cucina cinese e nuovi obiettivi.

Il 2015 comincia e, nonostante quello che dicono tutti, io non sento molto la differenza.
Niente grandi propositi, niente nuova voglia inaspettata di condurre una vita emozionante e meravigliosa, niente svolta epocale della mia esistenza, e blablabla…
Forse perché, in effetti, tutto quello che mi serve per essere felice ce l’ho qui, tra Italia e Francia, tra una casa e l’altra. La mia svolta è stata il 2014, e che svolta! Quindi per questo 2015 mi auguro solo di continuare così e di non perdere nulla di quello che ho adesso.

Un proposito che tentiamo di rispettare in casa, però, viste le festività e la cucina italiana, è la “dieta”, o quanto meno “non-abbuffarsi-come-morti-di-fame-e-smetterla-di-avere-kg-di-cioccolata-in-frigo”.
Allora ci siamo immolati in spaghetti di soia con verdure e pollo, seguendo, ovviamente la ricetta di GialloZafferano, ma usando, appunto, spaghetti di soia invece che di riso.
Dato che, ho finalmente tra le mie mani il 35mm che aspettavo da più di un anno, ho dovuto assolutamente immortalare i vari processi della ricetta (che, alla fine, sono pochissimi)!

Basta tagliare a cubetti il pollo e a listelle le carote, i funghi e le zucchine (anche uno scalogno, se vi piace).
Fate scaldare un cucchiaio di olio (o quanto ne volete, dipende da quanto siete “dietetici”) in una padella capiente e poi buttateci dentro le verdure.

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Dopo averle fatte saltare spargete un cucchiaio di salsa di soia e fate sfumare. Successivamente aggiungete un po’ di brodo vegetale e fate evaporare tutto. Dopodiché, aggiungete il pollo e fate saltare.
Nel frattempo, fate bollire dell’acqua salata in una pentola, in cui andrete a cuocere gli spaghetti di soia, che richiedono una cottura di 3 minuti scarsi (ci mettono davvero pochissimo a cuocersi troppo!).

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Una volta fatti saltare gli spaghetti nella padella con il condimento (e avendo aggiunto un altro cucchiaio di salsa di soia), preparate le vostre ciotole e le vostre bacchette…e il vostro stomaco.

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Buon appetito!😉

di bellezze sottovalutate, arazzi e cripte.

Qualche tempo fa ero a pranzo nella mensa del CERN, come tutti i santi giorni, e mi è capitato di parlare del più e del meno con un tipo italiano di non-mi-ricordo-che-città.
Si è laureato a Bologna e, dato che stavamo parlando di città, mi ha detto la sua opinione: “Bologna è bella eh, però turisticamente parlando, beh…non c’ha poi molto”.
La mia faccia è stata epica, la mia reazione no, perché ho imparato che a prendersela con le persone ignoranti, ci si rimette solo il tempo. Ora, ognuno può avere la suo opinione, su qualsiasi città, ognuno può dire la sua e i gusti possono essere diversi. Se il tipo mi avesse detto “Bologna non è una meta turistica che mi piace”, ok, ci può stare. Ma se mi dici che non c’è niente di turistico e se alle domande “hai visitato il Santuario di San Luca?” “hai visitato il museo egizio?” “e quello civico medievale?” “sei andato a vedere il complesso delle sette chiese di Santo Stefano?” “e le mura?”, se a tutte queste domande mi rispondi “no…l’ho vissuta da studente, quindi studiavo e non c’avevo tempo”, allora evito anche di ribattere.

Mi sembra così stupido vivere in una città e non assaporare tutto quello che ha da offrire. Mi sembra uno spreco enorme, tutta quella storia, tutti quegli eventi costruiti e memorizzati nelle pietre, sulle tele, nelle cripte.
Mi sembra ancora più stupido che proprio gli italiani debbano fare una pubblicità così infima a tutte le bellezze che non riescono ad apprezzare. Perché se questo ragazzo avesse, anche solo per una volta, alzato il sedere per andare a fare un giro a caso per i vicoli di Bologna, non avrebbe espresso con così tanta fierezza la sua ignoranza vergognosa.

Detto questo, ieri io e M. siamo andati a fare un giro per Bologna, facendo i turisti per caso e ogni volta questa città riesce a darmi qualcosa in più. E questo qualcosa è sempre grande.

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Palazzo dell’Archiginnasio: corridoi, Teatro Anatomico e sala Stabat Mater.

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Chiesa di S. Vitale e Agricola: cripta.

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Colgo l’occasione, dato che sono le ultime foto del 2014, per augurare a tutti quelli che mi leggono un fine 2014 sereno e spensierato, e un 2015 pieno di cose belle come è stato quest’anno per me, inaspettatamente (:

Ci vediamo dall’altra parte!

di posti rivisti, che meravigliano sempre.

Montreux è una città svizzera, sulle rive del “lago di Ginevra”, famosa per Freddy Mercury.
Qui, infatti, il grandissimo, insuperabile, splendido e particolarissimo cantante si trasferì nel 1990, un anno prima di morire. In suo onore e ricordo è stata costruita una statua che guarda il lago e le montagne: imponente e dolce, un po’ come lo era lui.
La prima volta che visitai Montreux non la vidi, passai tutto il giorno nello Chateau du Chillon e sulla riva del lago a godermi il poco sole possibile di maggio in una città circondata da montagne.
Ci sono tornata a dicembre, principalmente per i mercatini di Natale, molto famosi nei dintorni.
Come tutte le città svizzere, è un po’ fredda e “timida”, come se non volesse far veder troppo di sé ai turisti.
Ma a Natale si colora e si illumina meravigliosamente e ho potuto godere di tutta l’atmosfera e tutto il calore natalizi possibili.

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di natali esteri, cambiamenti e considerazioni.

Questo è il mio primo natale lontano da casa.
Nonostante io abbia passato la vigilia con i miei parenti, tutto il resto, tutti i preparativi, i giorni successivi, tutto quello che è veramente natale, l’ho vissuto lontano, all’estero o a Bologna.
Il cambiamento è la costante della vita, dicono, ed è lo stimolo a crescere e a diventare qualcuno. Ma è difficile e per niente scontato da accettare.
Il mio cambiamento è stato repentino, eccezionale e stimolante. Mi sono buttata con tutta me stessa nel miglioramento della mia vita, senza pensare alle conseguenze e a quello che mi lasciavo dietro.
Ogni scelta implica un abbandono, un “no”, oltre che a una porta aperta in un’altra direzione.
Tutto quello che è sulla strada appena lasciata è qualcosa che a volte mi manca e che, nei momenti di malinconia, vorrei accanto a me.

Ma tutto quello che ho trovato sulla strada appena intrapresa è qualcosa di meraviglioso, difficile a volte, stimolante e unico.

Quest’anno il mio natale l’ho preparato e vissuto insieme a lui e ci siamo dati da fare affinchè la nostra casetta francese assomigliasse un po’ di più a quel natale a cui siamo entrambi abituati.

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